Pubblichiamo la sentenza della Corte Suprema del 7 giugno 2018, nella quale si afferma che ai fini della configurabilità del reato di abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 608 c.p.), fra le “misure di rigore” non consentite dalla legge cui è sottoposta una persona arrestata o detenuta di cui il pubblico ufficiale abbia la custodia, rientrano le lesioni gravi (nella specie, frattura della terza vertebra lombare e della quarta vertebra sacrale, condizionanti la capacità di deambulazione dell’arrestato) che, pur potendo costituire evento di una violenza fine a se stessa, tuttavia potenzialmente concretizzano un’attività illecita posta in essere dal pubblico ufficiale finalizzata a contenere l’arrestato con modalità tali da imporgli un’ulteriore restrizione attraverso l’impiego, appunto, di “misure di rigore” che si rivelano talmente brutali da produrre tali gravissime conseguenze.

Invero, l’art. 608 c.p. (abuso di autorità contro arrestati o detenuti) punisce con la reclusione fino a trenta mesi il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente. La stessa pena si applica se il fatto è commesso da un altro pubblico ufficiale, rivestito, per ragione del suo ufficio, di una qualsiasi autorità sulla persona custodita.

Cucchi